Lula e il futuro del Brasile

Il 24 gennaio 2018 sarà pronunciata la sentenza di appello nei confronti dell’ex presidente, riconosciuto colpevole in primo grado per corruzione. Se confermata, la condanna impedirebbe la candidatura dell’esponente del PT alle elezioni presidenziali previste per l’autunno. Contro questa eventualità è sorto un movimento internazionale, che si è dato appuntamento a Porto Alegre: previste 50mila persone

L'ex presidente del Brasile, Luiz Inácio "Lula" da Silva
L’ex presidente del Brasile, Luiz Inácio “Lula” da Silva

Il futuro della democrazia brasiliana è legato al futuro dell’ex presidente Lula. Alle ore 8.30, di mercoledì 24 gennaio, infatti, i giudici del Tribunale Federale Regionale della IV Regione (TRF4) di Porto Alegre emetteranno la sentenza del ricorso presentato dall’ex presidente riguardo la sua condanna per corruzione e riciclaggio di denaro. Se la sentenza verrà confermata, Luiz Inácio “Lula” da Silva rischia di non poter candidarsi alle elezioni presidenziali che si terranno a ottobre di quest’anno. Il processo sarà trasmesso in diretta sul canale del Tribunale su Youtube.

Il 12 luglio 2017, il giudice di prima istanza Sergio Moro ha condannato Lula a nove anni e sei mesi in un caso collegato all’operazione Lava Jato: iniziata nel 2014, l’inchiesta ha svelato il più grande scandalo di corruzione che abbia mai colpito il Brasile. Coinvolti nello schema i vertici di Petrobras, la compagnia petrolifera di Stato, e le più grandi aziende brasiliane per le costruzioni e i lavori pubblici, nonché politici di vari partiti come l’attuale presidente Michel Temer (accusato di corruzione, avrebbe ricevuto tangenti per 38 milioni di real brasiliani, pari a circa 11,5 milioni di dollari). Secondo il giudice Moro, Lula risulterebbe proprietario di un appartamento nella località marittima di Guarujà e avrebbe occultato la proprietà perché l’immobile sarebbe stata una tangente della società edile Oas, una delle aziende di costruzioni coinvolte nel caso.

La sentenza in appello verrà pronunciata da tre giudici dell’ottava sezione del TRF4: João Pedro Gebran Neto, relatore del processo, Leandro Paulsen, revisore e Victor Luiz dos Santos Laus. Se condannato, l’ex presidente potrà ancora fare ricorso, ma la risposta potrebbe arrivare dopo il 15 agosto, giorno ultimo per la registrazione delle candidature, secondo il calendario elettorale. La cosiddetta legge della “fedina penale pulita” (Ficha Limpa), che vieta la candidatura di persone condannate in seconda istanza, potrebbe fare il resto.

Sul caso si sono moltiplicate le polemiche. Da una parte, il presidente del Tribunale, il giudice Carlos Eduardo Flores Thompson Lenz, in un’intervista rilasciata il 6 agosto 2017 al giornale O Estado de S. Paulo, ha dichiarato che la sentenza pronunciata dal suo collega di primo grado è tecnicamente “impeccabile”. “[Moro] ha fatto un esame approfondito e impeccabile sulle prove del caso e [la sentenza] passerà alla storia in Brasile.” E poi aggiunge che “la giustizia non può e non deve essere al servizio di ideologie politiche, di passioni di parte, e anche di passioni popolari”.

D’altra parte, una significativa parte della cittadinanza brasiliana -appoggiata da politici e intellettuali stranieri- ha iniziato a domandarsi se questa non sia una sentenza politica, visto che Lula è in testa nei sondaggi per la corsa presidenziale, e solo una condanna potrebbe toglierlo dai giochi. Un’elezione senza Lula significherebbe dare un duro colpo al processo di consolidamento democratico che si stava svolgendo in Brasile sin dal 1985, dopo 20 anni di feroce dittatura militare.

Quel che è certo è che i tempi della giustizia nel caso Lula sono stati molto veloci. Dalla sua condanna in primo grado e l’inizio del procedimento di secondo grado sono passati soltanti 42 giorni. Secondo un articolo pubblicato dal giornale Nexo nel dicembre scorso altri ricorsi hanno impiegano in media 96 giorni. E il relatore ha concluso il suo lavoro solo dopo 100 giorni dall’arrivo del caso in tribunale, periodo di gran lunga inferiore alla media di 275 giorni registrata. Infine, tra la decisione e la definizione della data del processo, cioè il 24 gennaio, sono passati 54 giorni: metà del tempo medio.

Nonostante i guai giudiziari, Lula cresce nei sondaggi per la corsa presidenziale. Nell’ultimo, realizzato alla fine di novembre 2017 dal Datafolha, l’ex presidente-operaio appare al primo posto con il 36% dell’intenzioni di voto. Il primato sarebbe confermato anche a un eventuale ballottaggio. Dietro lui -con il 18% delle intenzioni di voto- Jair Bolsonaro, del Partito Sociale Liberale (PSL): ex militare, rappresenta l’estrema destra brasiliana. Con queste percentuali, Bolsonaro andrebbe al ballottaggio con Lula (e ci andrebbe comunque, nel caso all’ex presidente venisse impedito di candidarsi).

Con 464 mila voti, Bolsonaro è stato il terzo deputato federale più votato della regione di Rio di Janeiro nelle ultime elezioni. Ribattezzato come il “Trump brasiliano” o “Bolsomito” per sue posizioni omofobe e razziste, è stato criticato in diverse occasioni; durante l’impeachment dell’ex presidente Dilma Rousseff ha lodato il generale che l’ha torturata durante il regime militare. In altro momento, davanti ai giornalisti che si trovavano nella Camera dei deputati a Brasilia, ha detto a una deputata che “lei non meritava di essere violentata perché era brutta”.

Il quadro complesso rispecchia la crescente polarizzazione tra la destra e la sinistra brasiliana. In mezzo alle incertezze, quello che si può affermare è che il governo Lula (2003 a 2011) ha tolto 26, 3 milioni di persone dalla povertà. E forse saranno proprio le politiche di austerità approvate dal governo Temer – 13 milioni di persone sono senza lavoro – a portare Lula di nuovo alla presidenza del Paese.

Circola in internet una raccolta firme a favore della candidatura dell’ex presidente Luiz Inàcio “Lula” da Silva. Hanno aderito l’ex presidente argentino Cristina Kirchner, il sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos, lo scrittore portoghese Pilar del Rio, il linguista e filosofo americano Noam Chomsky (qui un suo recentissimo video appello), l’ex ministro delle finanze Yánis Varoufákis e l’ex primo ministro italiano Massimo D’Alema così come il cineasta americano Oliver Stone. Da dicembre a oggi l’hanno sottoscritta 188 mila persone.

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